Nessuno controlla da solo l'intelligenza artificiale. È il frutto del lavoro di migliaia di ricercatori, imprese e università, e la Cina, con DeepSeek e i modelli di Alibaba, ha mostrato che la partita non si gioca in un solo paese. Eppure, se si guardano i centri di potere dell'IA americana, che continua a dettare il passo, compaiono sei nomi: Sam Altman, Jensen Huang, Dario Amodei, Demis Hassabis, Mark Zuckerberg ed Elon Musk.
Huang, fondatore di Nvidia, produce i processori su cui girano i sistemi più avanzati. Altman guida OpenAI, la società di ChatGPT. Amodei, nato a San Francisco da un padre artigiano di Massa Marittima, ha fondato Anthropic con la sorella Daniela e altri ex ricercatori di OpenAI, e la guida; l'azienda sviluppa Claude. Hassabis dirige Google DeepMind, il laboratorio dei modelli Gemini. Zuckerberg controlla Meta e la famiglia di modelli Llama. Musk guida SpaceX, che quest'anno ha assorbito xAI, la società di Grok. Insieme occupano i passaggi decisivi della nuova industria: calcolo, modelli, dati, piattaforme di distribuzione, capitali.
Sono molto più che dirigenti d'azienda. Le loro scelte stabiliscono quali applicazioni riceveranno miliardi di dollari, quali modelli saranno aperti e quali chiusi, quali rischi si considerano accettabili e con quale velocità l'IA entrerà in attività oggi svolte dalle persone. Sono anche diventati interlocutori diretti dei governi. All'inizio di settembre Altman, Huang e Musk erano fra gli oratori della riunione del G20 dedicata alla tecnologia, a Raleigh, dove l'amministrazione americana ha chiesto agli altri paesi una regolazione leggera e una stretta collaborazione con le imprese.
Le loro origini sono diverse: Huang è nato a Taiwan, Hassabis a Londra, Musk in Sudafrica. Sono tutti uomini. Le donne nell'IA ci sono, naturalmente: Daniela Amodei presiede Anthropic, Lisa Su guida AMD, Fei-Fei Li e Mira Murati hanno fondato laboratori importanti. Sono però poche. Secondo la segretaria generale dell'Unione internazionale delle telecomunicazioni, le donne sono meno del 30 per cento di chi lavora nell'IA nel mondo e occupano circa il 15 per cento delle posizioni di comando.
Nessuno può dimostrare che un'IA progettata da donne sarebbe più sicura o più giusta, e sarebbe un argomento debole. La domanda seria riguarda la selezione. Chi decide come costruire un modello decide anche quali problemi affrontare, quali dati usare, dove fissare l'equilibrio fra automazione e lavoro umano, fra sicurezza e velocità, fra profitto e interesse collettivo. Un gruppo dirigente omogeneo può prendere ottime decisioni. Tende però a condividere gli stessi punti ciechi, e intorno al tavolo nessuno glieli fa notare.
Ritroviamo qui il capitalismo carismatico. Questi leader incarnano le loro imprese, attraggono capitali e talenti con una visione del futuro e decidono molto più in fretta dei governi. Quando si esplorano tecnologie radicalmente nuove è un vantaggio enorme. Diventa un rischio quando scelte che toccano il lavoro, l'informazione, la sicurezza e il consumo di energia restano nelle mani di un gruppo così ristretto. Lo riconosce la stessa OpenAI, che ha scritto che in futuro il potere potrebbe essere nelle mani di una piccola manciata di aziende che controllano la superintelligenza, e che preferirebbe vederlo distribuito fra le persone.
Aggiungere una donna alla fotografia cambierebbe poco. Conta allargare l'accesso alla ricerca, ai capitali e ai luoghi in cui si decidono le priorità dell'innovazione. È anche il mestiere di una scuola come la nostra: formare persone, e in particolare ragazze, capaci di entrare in quelle stanze con competenze tecniche e con domande diverse. Prima di chiederci se le macchine arriveranno a pensare come noi, conviene chiederci chi sta decidendo come dovranno pensare.